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in “la Repubblica” del 7 luglio 2013

 

Le risposte che i due papi non hanno ancora dato

di Eugenio Scalfari

 

La politica e l’economia non forniscono novità in questo week-end estivo. Solo Renzi e i suoi

contraddittori proseguono nel loro chiacchiericcio ma, per quanto mi riguarda, mi sembra

inutilmente ripetitivo. Le vere novità riguardano quanto sta accadendo in Egitto e di riflesso in tutto il Medio Oriente; se ne occupano i nostri inviati e commentatori che conoscono a mena-dito l’argomento.

Perciò, tutto considerato, il tema che più mi appassiona è l’enciclica “Lumen Fidei”, la prima

firmata da papa Francesco. L’argomento è importante perché tocca il punto centrale della dot-trina cristiana: che cos’è la fede, da dove proviene, come è vissuta dai credenti, quali reazioni suscita in chi non è cristiano, come spiega l’esistenza della razza umana e come risponde alle domande che ciascuno di noi si pone e alle quali il più delle volte non trova risposta: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.

Questo è il tema dell’enciclica e quasi ogni papa l’ha affrontato durante il suo pontificato, spe-cie dal XIX secolo in poi, quando cioè la modernità ha rivalutato la ragione ed ha messo in di-scussione il concetto di “assoluto” a cominciare dalla verità. Esiste una sola verità o tante quante i singoli individui e la loro mente ragionante ne configurano?

La Chiesa cattolica non poteva sfuggire ad un cimento di fondamentale importanza che tra l’ altro chiama in causa la libertà che rappresenta la radice su cui poggia la civiltà stessa dell’Eu-ropa moderna. Di qui l’importanza dell’enciclica.

È singolare il fatto che il Concilio Vaticano II il tema della fede non l’abbia affrontato. Si propo-neva esplicitamente di aprire il dialogo tra la Chiesa e la modernità; se fosse partito dall’intan- gibilità degli “assoluti” sarebbe partito col piede sbagliato.

Papa Francesco invece ha seguito il percorso tradizionale. Il fatto che il contenuto della “Lumen

Fidei” sia stato predisposto da papa Ratzinger ha scarso interesse se non per gli storici che si

occupano delle vicende dei papi. Francesco, sia pure con svariati ritocchi, ha fatto proprio l’ab-bozzo trasmessogli da Ratzinger ed è dunque lui che ne risponde nella sua alta posizione apo-stolica di Pontefice e Vescovo di Roma. La discussione è dunque aperta.

Osservo di sfuggita che contemporaneamente alla pubblicazione dell’enciclica il papa ha decre-tato la santificazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II; il primo mise le basi del Vaticano II e assegnò ai Vescovi i temi da esaminare; il secondo fece in qualche modo macchina indietro o quanto meno cessò di portarla avanti.

Come si è collocato ora Jorge Bergoglio? Questa mi sembra la domanda cui rispondere da par-te di un non credente che tuttavia cerca senza pregiudizi di chiarire un tema che ci riguarda tutti da vicino.

* * *

I protagonisti religiosi e culturali dell’enciclica sono: il dio biblico e il suo rapporto con Abramo;

Mosè e il suo ruolo di mediatore tra Dio e il popolo di Israele; il Vangelo dell’apostolo Giovanni; il pensiero di Paolo e quello di Agostino.

Faccio ora una prima osservazione: trovo singolare che papa Francesco basi gran parte del suo

documento sul quarto Vangelo attribuito senza dubbio alcuno all’apostolo. Gli studiosi dei Van-geli e degli evangelisti hanno collocato quei documenti tra gli anni quaranta e i settanta dopo Cristo. Quello di Marco sarebbe il primo; subito dopo, tra i quaranta e i cinquanta, Matteo e Luca; Giovanni tra i sessanta e i settanta. Poiché Gesù morì circa a 33 anni di età, se l’evan-gelista del quarto Vangelo fosse l’apostolo, l’avrebbe scritto tra i suoi 80-90 anni, il che sembra francamente improbabile.

Comunque, condizione apostolica o meno, Giovanni come Marco non fornisce alcuna notizia sulla nascita e l’infanzia di Gesù. Non c’è Betlemme, non ci sono Giuseppe e Maria, non c’è stella cometa, pastori adoranti e Magi venuti dall’Oriente; non c’è fuga in Egitto né strage degli innocenti.

Il Vangelo di Giovanni comincia con versi profetici e poetici: «In principio era il Verbo / e il Ver-bo era Dio / tutte le cose furono fatte per mezzo di lui / e senza di lui nulla fu fatto di quanto esiste. / In lui era la vita / e la vita era la luce degli uomini / era nel mondo il Verbo / ma il mondo non lo conobbe / venne nelle sue case / ma non lo ricevettero. / Ma a quanti lo ricevet-tero / diede il potere di diventare figli di Dio».

E infine lo snodo cruciale: «Il Verbo si è fatto carne / e abita tra noi / e noi fummo spettatori della sua gloria. / La legge fu data per mezzo di Mosè / ma la grazia e la verità / è venuta per mezzo di Gesù Cristo. / Dio non l’ha mai veduto nessuno / ce l’ha manifestato l’Unigenito Dio / che sta nel seno del padre».

Per l’evangelista Giovanni, Gesù è dunque il Verbo che si è fatto carne. Questo aspetto è assai

delicato dal punto di vista teologico. Nessuno conosce Dio se non attraverso l’Unigenito che si è fatto carne ed è entrato nelle nostre case, nelle case di quelli che l’hanno ricevuto. Ma se si è fatto carne, non ha certo assunto un abito, indossato una tunica e adottato le movenze di uo-mo restando Dio. Se si è fatto carne ha assunto anche i dolori, le gioie, i desideri degli uomini. Infatti, secondo gli altri tre evangelisti, poco dopo il battesimo nelle acque del Giordano Gesù si è ritirato per 40 giorni nel deserto per essere tentato dal demonio e mettersi in questo modo alla prova. Il fatto d’aver resistito a quelle tentazioni deriva dunque da una sua battaglia con-tro i desideri umani; gli uomini di solito quel tipo di battaglie le perdono salvo poi pentirsi e ri-caderci e pentirsi ancora confidando nella misericordia di Dio. I santi di solito le vincono e Gesù – dicono i Vangeli – la vinse e scacciò il demonio. Ma se aveva natura di uomo i desideri rima-sero e rimase anche l’amore per se stesso insieme all’amore per gli altri.

Tentò un miracolo: far scomparire l’amore per sé concentrando l’intero suo flusso amoroso su-gli altri e addirittura prescrivendo ai suoi discepoli di amare il prossimo come se stessi. Attenzione: come se stessi. L’amore per gli altri non aboliva dunque l’amore per sé ma si ele-vava come poteva allo stesso livello di sentimento.

Del resto che Gesù amasse se stesso risulta da una serie di episodi appena accennati nel Van-gelo di Marco ma dettagliatamente riferiti in quello di Matteo. Un giorno Gesù parlava con un gruppo di persone in una casa di Cafarnao quando il padrone di quella casa si avvicinò a lui e gli sussurrò che fuor della porta c’erano sua madre e i suoi fratelli (per la prima volta si accen-na in un Vangelo l’esistenza di fratelli) che volevano vederlo. Gesù ascoltò e rispose indicando con largo gesto i presenti: questi sono i miei fratelli e questa gente è mia madre. Dì a chi ti manda che tornino in pace a casa.

In un’altra occasione si rivolge ai discepoli che lo seguono dicendo loro: «Chi ha deciso di se-guire me deve odiare il padre, la madre, i fratelli e le sorelle. Deve lasciare tutti se vuole segui-re e amare me».

Infine un altro episodio, riferito sia da Marco che da Matteo: «Uno dei discepoli gli disse un giorno: Signore, domani non potrò essere con te, debbo andare ai funerali di mio fratello, ma tornerò appena possibile. E Gesù rispose: non andare e lascia che i morti seppelliscano i mor-ti».

Se parlassimo di una comune persona anziché di quello che era (o riteneva di essere) il figlio di Dio, sulla base di questi episodi penseremmo d’essere in presenza di un Narciso all’ennesima potenza. Sicché è giustificato il dubbio: parliamo del figlio di Dio o del figlio dell’uomo? E qual è la risposta che la Chiesa dà di questi episodi scritti nei Vangeli riconosciuti dalla Chiesa stessa come validi e attendibili documenti?

Aggiungo, sempre parlando dei Vangeli che sono la sola documentazione sull’esistenza storica del personaggio, che dopo un anno di predicazione Gesù pose ai suoi dodici apostoli che rap-

presentavano il “cerchio magico dei suoi fedelissimi” la domanda: «Voi chi credete che io sia?».

Le risposte furono varie. La maggioranza disse tu sei il Rabbi, il maestro. Un paio rispose: tu sei il profeta Isaia redivivo. Un altro paio disse: tu sei il Messia, il messaggero di Dio che il popolo di Israele attende. Infine uno soltanto rispose: tu sei il figlio di Dio. Quanto a lui, quan-do parla di sé si definisce figlio dell’uomo anche se parlando di Dio usa sempre la parola “Abba” cioè Padre. Infine nel Getsemani e poi sulla croce quando sta per emanare l’ultimo respiro, in-voca il padre e implicitamente lo rimprovera: «Perché mi hai abbandonato?» a quel punto muore il suo corpo diventa una spoglia mentre il cielo esplode di fulmini e tuoni e trema la terra.

Così raccontano gli evangelisti. È evidente che un’enciclica seria che si pone il tema della fede non può evadere a queste domande altrimenti diventa un documento banale che dimostra e spiega la fede descrivendola come dono di Dio. Il Dio padre o suo figlio? Suo figlio, risponde l’ enciclica e delinea la consueta sequenza: si conosce il Padre soltanto passando attraverso il Figlio e si conosce il Figlio soltanto passando attraverso i successori degli apostoli, cioè i Vesco-vi e in particolare il Vescovo di Roma che è il più alto rappresentante del magistero apostolico.

E in più: la fede è sinonimo di verità. La verità è il contenuto della fede e dell’amore.

Che l’amore sia il contenuto pastorale della Chiesa cattolica non c’è dubbio ed è certamente il tratto più positivo di tutta la sua pastoralità. Non tutte le altre confessioni cristiane predicano allo stesso modo l’amore. Questo è un segno di diversità e di qualità della Chiesa di Roma. Ma ora si pone un’ultima domanda.

* * *

L’incarnazione di Dio, e del Verbo, è un tratto distintivo ed esclusivo del cristianesimo. Nulla di

simile esiste né per gli ebrei né per i musulmani, gli altri due monoteismi esistenti nel mondo. In realtà non esiste un Dio incarnato e Unigenito in nessuna religione del mondo. In alcune esi-stono dei incarnati, ma più d’uno. Anche gli “Olimpici” si incarnavano se e quando volevano, ma non erano veri uomini o vere donne: assumevano sembianze umane (o animalesche) ma nulla di più. Da questo punto di vista dunque il cristianesimo (e soprattutto il cattolicesimo) è un’eccezione. Ma lo scopo, o se volete il risultato, qual è?

Si potrebbe rispondere: la fede. Ma, purtroppo per chi lo dice, è una risposta sbagliata. La fede in Allah non è certo minore di quella nel Padre e nel Figlio. Si potrebbe addirittura dire che è ancora più intensa e sicuramente più diffusa, nelle popolazioni arabe in particolare.

Allah non ha una figura, non è in alcun modo rappresentabile e rappresentato. È un grave han-dicap per la storia dell’arte, ma non lo è dal punto di vista religioso. Allah è il signore del cielo e della terra e i suoi devoti avranno la felicità del paradiso, le opere saranno premiate, le pre-ghiere dovranno esserci almeno due volte al giorno col volto verso la Mecca ovunque si trovi la persona credente. La secolarizzazione del mondo musulmano è iniziata ma procede con estre-ma lentezza.

Trono e altare hanno convissuto per secoli nelle persone dei califfi, dei sultani, degli emiri.

L’assenza di un Unigenito incarnato non impedisce dunque la fede. E allora, perché? Una rispo-sta – politica – c’è e si chiama limite. Date a Cesare quel che è di Cesare. Il cristianesimo na-sce in concomitanza con l’Impero e ha continuato nei secoli a confrontarsi con l’autorità impe-riale e comunque civile. Ha rifiutato (o ha dovuto rifiutare) la tentazione della teocrazia. Il Dio incarnato ha sempre precisato: il mio regno non è in questo mondo. Pilato di fronte a quella risposta stava per graziarlo ma la plebaglia di Gerusalemme preferì Barabba.

Infine una parola che riguarda gli ebrei e il loro Dio che è anche il Dio cristiano sotto altre spo-glie: quel Dio non aveva promesso ad Abramo prosperità e felicità per il suo popolo? Ma durò assai poco quella prosperità. Furono schiavizzati dagli egiziani, poi dagli assiri e dai babilonesi, poi senza quasi intervallo, dai romani, poi la diaspora, poi le persecuzioni, infine la Shoah. Il Dio di Abramo la sua parola non l’ha dunque mantenuta.

Qual è la risposta, reverendissimo papa Francesco?

 

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in “la Repubblica” del 7 agosto 2013

 

Le domande di un non credente al papa gesuita chiamato Francesco

di Eugenio Scalfari

 

Papa Francesco è stato eletto al soglio petrino da pochissimi mesi ma continua a dare scandalo ogni giorno. Per come veste, per dove abita, per quello che dice, per quello che decide. Scandalo, ma benefico, tonificante, innovativo.

Con i giornalisti parla poco, anzi non parla affatto, il circo mediatico non fa per lui, non è nei suoi gusti, ma il suo dialogo con la gente è continuo, collettivo e individuale, ascolta, domanda,

risponde, arriva nei luoghi più disparati ed ha sempre un testo da leggere tra le mani ma subi-to lo butta via. Improvvisa senza sforzo alcuno a cielo aperto o in una chiesa, in una capanna di pescatori o sulla spiaggia di Copacabana, nel salone delle udienze o dalla “papamobile” che fende dolcemente la folla dei fedeli.

È buono come Papa Giovanni, affascina la gente come Wojtyla, è cresciuto tra i gesuiti, ha scelto di chiamarsi Francesco perché vuole la Chiesa del poverello di Assisi. Infine: è candido come una colomba ma furbo come una volpe. Tutti ne scrivono, tutti lo guardano ammirati e tutti, presbiteri e laici, uomini e donne, giovani e vecchi, credenti e non credenti aspettano di vedere che cosa farà il giorno dopo.

Di politica non si occupa, non l’ha mai fatto né in Argentina da vescovo né dal Vaticano da pa-pa. Criticò Videla sistematicamente, ma non per l’orribile dittatura da lui instaurata ma perché non provvedeva ad aiutare i poveri, i deboli, i bisognosi. Alla fine il governo, per liberarsi di quella voce fastidiosa, mise a sua disposizione una struttura assistenziale fino a quel momento inerte e lui abbandonò la sua diocesi ad un vicario e cominciò a battere tutto il paese come un missionario, ma non per convertire bensì per aiutare, educare, infondere speranza e carità.

Due mesi fa ha pubblicato un’enciclica sulla fede, un testo già scritto dal suo predecessore con il quale convive senza alcun imbarazzo a poche centinaia di metri di distanza. Ha ritoccato in pochi punti quel testo e l’ha firmato e reso pubblico.

L’enciclica è alquanto innovativa rispetto ad altre sullo stesso tema emesse dai suoi predeces-sori. La novità sta nel fatto che non si occupa del rapporto tra fede e ragione. Non esclude af-fatto che quel rapporto ci sia, ma a lui (e a Benedetto XVI) interessa la grazia che promana dal Signore e scende sui fedeli. La grazia coincide con la fede e la fede con la carità, l’amore per il prossimo, che è il solo modo – attenzione: il solo modo – di amare il Signore. Si sente il profu-mo intellettuale di Agostino.

Più di Agostino che di Paolo. Ma qui andiamo già nel difficile. Si dovrebbe pensare che siano tre i Santi di riferimento per l’attuale Vescovo di Roma (che insiste molto su questa qualifica che

accompagna e addirittura precede il titolo pontificale): Agostino, Ignazio, Francesco.

Ma è quest’ultimo che dà al Papa che ne ha preso il nome il connotato più evidente e da lui

sottolineato in ogni occasione. Vuole una Chiesa povera che predichi il valore della povertà; u-na Chiesa militante e missionaria, una Chiesa pastorale, una Chiesa costruita a somiglianza di un Dio misericordioso, che non giudica ma perdona, che cerchi la pecora smarrita, che accolga il figliol prodigo.

Certo, la Chiesa cattolica è anche un’istituzione, ma l’istituzione, come la vede Francesco, è u-na struttura di servizio, come l’intendenza di un esercito rispetto alle truppe combattenti. L’intendenza segue, non precede. E così siano l’istituzione, la Curia, la Segreteria di Stato, la Banca, il Governatorato del Vaticano, le Congregazioni, i Nunzi e i Tribunali, tutta l’immensa e

immensamente complessa architettura che tiene in piedi da duemila anni la Chiesa, Sposa di Cristo.

Questo, finora, è stato il volto della Chiesa. La pastoralità? Certo, un bene prezioso. La Chiesa

predicante? La Chiesa missionaria? La Chiesa povera? Certo, la vera sostanza che l’istituzione

contiene come un gioiello prezioso dentro una scatola d’acciaio.

Ma attenzione: per duemila anni la Chiesa ha parlato, ha deciso, ha agito come istituzione. Non c’è mai stato un papa che abbia inalberato il vessillo della povertà, non c’è mai stato un papa che non abbia gestito il potere, che non abbia difeso, rafforzato, amato il potere, non c’è mai stato un papa che abbia sentito come proprio il pensiero e il comportamento del poverello di Assisi. E non c’è mai stata, se non nei casi di debolezza e di agitazione, una Chiesa orizzontale invece che verticale. In duemila anni di storia la chiesa cattolica ha indetto 21 Concili ecume-nici, per lo più addensati tra il III e il V secolo dell’era cristiana e tra il IX e il XIII. Dal Concilio di Trento passarono più di trecent’anni fino al Vaticano I preceduto dal Sillabo e poi ne passa-rono ottanta fino al Vaticano II.

I Sinodi sono stati ovviamente molto più numerosi, ma tutti indetti e guidati dalla Curia e dal Papa. Il cardinale Martini (vedi caso anch’egli gesuita) voleva accanto al magistero del Papa la struttura orizzontale dei Concili e dei Sinodi dei vescovi, delle Conferenze episcopali e della pa-storalità. Non fu amato a Roma, come Bergoglio nel conclave che terminò con l’elezione di Rat-zinger. Bergoglio ama anche lui la struttura orizzontale. La sua missione contiene insomma due scandalose novità: la Chiesa povera di Francesco, la Chiesa orizzontale di Martini. E una terza: un Dio che non giudica ma perdona. Non c’è dannazione, non c’è Inferno. Forse Purgatorio? Sicuramente pentimento come condizione per il perdono. «Chi sono io per giudicare i gay o i divorziati che cercano Dio?» così Bergoglio.

* * *

Vorrei però a questo punto porgli qualche domanda. Non credo risponderà, ma qui ed oggi non

sono un giornalista, sono un non credente che è da molti anni interessato e affascinato dalla

predicazione di Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe, ebreo della stirpe di David. Ho una cultura illuminista e non cerco Dio. Penso che Dio sia un’invenzione consolatoria e affa-scinate della mente degli uomini.

Ebbene, è in questa veste che mi permetto di porre a Papa Francesco qualche domanda e di

aggiungere qualche mia riflessione.

Prima domanda: se una persona non ha fede né la cerca, ma commette quello che per la Chie-sa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?

Seconda domanda: il credente crede nella verità rivelata, il non credente pensa che non esista alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma una serie di verità relative e soggetti-ve. Questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?

Terza domanda: Papa Francesco ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie perirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Anch’io penso allo stesso mo-do, ma penso anche che con la scomparsa della nostra specie scomparirà anche il pensiero ca-pace di pensare Dio e che quindi, quando la nostra specie scomparirà, allora scomparirà anche Dio perché nessuno sarà più in grado di pensarlo. Il Papa ha certamente una sua risposta a questo tema e a me piacerebbe molto conoscerla.

Ed ora una riflessione. Credo che il Papa, che predica la Chiesa povera, sia un miracolo che fa bene al mondo. Ma credo anche che non ci sarà un Francesco II. Una Chiesa povera, che ban-disca il potere e smantelli gli strumenti di potere, diventerebbe irrilevante. È accaduto con Lu-tero ed oggi le sette luterane sono migliaia e continuano a moltiplicarsi. Non hanno impedito la laicizzazione anzi ne hanno favorito l’espansione. La Chiesa cattolica, piena di difetti e di pec-cati, ha resistito ed è anzi forte perché non ha rinunciato al potere. Ai non credenti come me Francesco piace molto, anzi moltissimo, come pure Francesco d’Assisi e Gesù di Nazareth.

Ma non credo che Gesù sarebbe diventato Cristo senza un San Paolo.

Lunga vita a Papa Francesco.

 

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in “la Repubblica” dell'11 settembre 2013

 

La verità non è mai assoluta

di papa Francesco

 

Pregiatissimo Dottor Scalfari,

è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispon-dere alla lettera che, dalle pagine di Repubblica, mi ha voluto indirizzare il 7 luglio con una se-rie di sue personali riflessioni, che poi ha arricchito sulle pagine dello stesso quotidiano il 7 a-gosto.

La ringrazio, innanzi tutto, per l’attenzione con cui ha voluto leggere l’Enciclica Lumen fidei.

Essa, infatti, nell’intenzione del mio amato Predecessore, Benedetto XVI, che l’ha concepita e in larga misura redatta, e dal quale, con gratitudine, l’ho ereditata, è diretta non solo a confer-mare nella fede in Gesù Cristo coloro che in essa già si riconoscono, ma anche a suscitare un dialogo sincero e rigoroso con chi, come Lei, si definisce «un non credente da molti anni inte-ressato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth».

Mi pare dunque sia senz’altro positivo, non solo per noi singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si ri-chiama alla predicazione e alla figura di Gesù.

Penso vi siano, in particolare, due circostanze che rendono oggi doveroso e prezioso questo dialogo. Esso, del resto, costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vati-cano II, voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio.

La prima circostanza — come si richiama nelle pagine iniziali dell’Enciclica — deriva dal fatto che, lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moder-na d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità.

È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro.

La seconda circostanza, per chi cerca di essere fedele al dono di seguire Gesù nella luce del-la fede, deriva dal fatto che questo dialogo non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressione intima e indispensabile. Mi permetta di citarLe in propo-sito un’affermazione a mio avviso molto importante dell’Enciclica: poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell’amore — vi si sottolinea — «risulta chiaro che la fede non è intransigen-te, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimo-nianza e il dialogo con tutti» (n. 34).

È questo lo spirito che anima le parole che le scrivo.

La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incon-tro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante sca-turisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, imma-gine vera del Signore.

Senza la Chiesa — mi creda — non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che

quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità. Ora è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi

trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme.

Mi perdoni se non seguo passo, passo le argomentazioni da Lei proposte nell’editoriale del 7 luglio. Mi sembra più fruttuoso — o se non altro mi è più congeniale — andare in certo modo al cuore delle sue considerazioni. Non entro neppure nella modalità espositiva seguita dall’Encicli-ca, in cui Lei ravvisa la mancanza di una sezione dedicata specificamente all’esperienza storica di Gesù di Nazareth.

Osservo soltanto, per cominciare, che un’analisi del genere non è secondaria. Si tratta infatti,

seguendo del resto la logica che guida lo snodarsi dell’Enciclica, di fermare l’attenzione sul si-

gnificato di ciò che Gesù ha detto e ha fatto e così, in definitiva, su ciò che Gesù è stato ed è per noi. Le Lettere di Paolo e il Vangelo di Giovanni, a cui si fa particolare riferimento nell’En-ciclica, sono costruiti, infatti, sul solido fondamento del ministero messianico di Gesù di Na-zareth giunto al suo culmine risolutivo nella pasqua di morte e risurrezione.

Dunque, occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo «scandalo» che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria «autorità»: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è «exousia », che alla lettera rimanda a ciò che «proviene dall’essere» che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, inno-va a partire— egli stesso lo dice — dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa «autorità» perché egli la spenda a favore degli uomini.

Così Gesù predica «come uno che ha autorità», guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdo-na... cose tutte che, nell’Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: «Chi è costui che...?», e che riguarda l’identità di Gesù, na-sce dalla costatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un’autorità che non è fina-lizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l’incom-prensione, il tradimento, il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello  stato di abbandono sulla croce. Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine.

Ed è proprio allora — come esclama il centurione romano ai piedi della croce, nel Vangelo di

Marco — che Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è a-more e che vuole, con tutto se stesso, che l’uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch’egli come suo vero figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù è risorto: non per riportare il trionfo su chi l’ha rifiutato, ma per attestare che l’amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono.

La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti la via dell’amore. Ha perciò ragione, egregio Dott. Scalfari, quando vede nell’incarnazione del Figlio di Dio il cardine della fede cristiana. Già Tertulliano scriveva «caro cardo salutis», la carne (di Cristo) è il cardine della salvezza. Perché l’incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della no-stra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell’amore e nella fedeltà all’Abbà, testimonia l’incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli ricono-sce. Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire. Questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte puntualmente nell’Enciclica.

 

Sempre nell’editoriale del 7 luglio, Lei mi chiede inoltre come capire l’originalità della fede cri-

stiana in quanto essa fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi

che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio.

L’originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che E-gli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la pre-senta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fra-telli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione. Certo, da ciò consegue anche — e non è una piccola cosa — quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel «dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare», affer-mata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell’Occidente. La Chiesa, infatti, è chiamata a seminare il lievito e il sale del Vangelo, e cioè l’amore e la miseri-cordia di Dio che raggiungono tutti gli uomini, additando la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incar-nare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana. Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardan-do sempre al di là.

Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo, che cosa dire ai fratelli ebrei circa la

promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto?

È questo — mi creda — un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l’aiuto di Dio, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il po-polo ebreo è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù. Anch’io, nell’amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella pre-ghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire, con l’apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi se-coli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai suffi-cientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell’alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in at-tesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto.

 

Vengo così alle tre domande che mi pone nell’articolo del 7 agosto.

Mi pare che, nelle prime due, ciò che Le sta a cuore è capire l’atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù.

Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che — ed è la cosa fondamentale — la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivol-ge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscien-za. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agi-re.

In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi

neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità «assoluta», nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: «Io sono la via, la verità, la vita»?

In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione... assoluta, reimpostare in profondità la que-stione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio dire.

Nell’ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il

pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio.

E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio — questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi, li condividono! — non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo.

Dio è realtà con la «R» maiuscola. Gesù ce lo rivela — e vive il rapporto con Lui — come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell’uomo sulla terra — e per la fede cristiana, in ogni ca-so, questo mondo così come lo conosciamo è destinato a venir meno — , l’uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l’universo creato con lui. La Scrittura parla di «cieli nuovi e terra nuova» e afferma che, alla fine, nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e attesa, Dio sarà «tutto in tutti».

 

Egregio Dott. Scalfari, concludo così queste mie riflessioni, suscitate da quanto ha voluto co-

municarmi e chiedermi. Le accolga come la risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e fidu-

ciosa, all’invito che vi ho scorto di fare un tratto di strada insieme.

La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può a-ver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù: Lui che è stato mandato dall’Abbà «a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimet-tere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc4, 18-19).

 

Con fraterna vicinanza

Francesco

 

 

in “la Repubblica” dell'11 settembre 2013

 

Gesù, fede e ragione il dialogo del Pontefice con la pecora smarrita

di Eugenio Scalfari

 

Francesco ha deciso di rispondere alle domande che gli avevo indirizzato in due articoli, rispet-

tivamente pubblicati sul nostro giornale il 7 luglio (1) e il 7 agosto (2) scorsi. Francamente

non mi aspettavo che lo facesse così diffusamente e con spirito così affettuosamente fraterno. Forse perché la pecora smarrita merita maggiore attenzione e cura? Lo dico perché negli arti-coli sopra citati ho precisato al Papa che io sono un «non credente e non cerco Dio» anche se «sono da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth, figlio di Maria e Giuseppe, ebreo della stirpe di David». E più oltre scrivo che «Dio, secondo me, è un’ invenzione consolatoria della mente degli uomini».

Mi permetto di ricordare questa mia posizione di interlocutore anche perché essa rende ai no-stri occhi ancor più «scandalosamente affascinante» la lettera che Papa Francesco mi ha in-viato, una prova ulteriore della sua capacità e desiderio di superare gli steccati dialogando con tutti alla ricerca della pace, dell’amore e della testimonianza.

Ciò detto, riassumo le domande e le riflessioni che ho fatto e alle quali il Papa risponde, affin-ché i lettori abbiano ben chiaro il quadro entro il quale si svolge questo dialogo.

1 — La modernità illuminista ha messo in discussione il tema dell’“assoluto”, a cominciare dalla

verità. Esiste una sola verità o tante quante ciascuno individuo ne configura?

2 — I Vangeli e la dottrina della Chiesa affermano che l’Unigenito di Dio si è fatto carne non certo indossando un abito e imitando le movenze degli uomini e restando Dio, bensì assumen-done anche i dolori, le gioie e i desideri. Ciò significa che Gesù ha avuto tutte le tentazioni della carne e le ha vinte non in quanto Dio ma in quanto uomo che si era posto il fine di porta-re l’amore per gli altri allo stesso livello d’intensità dell’amore per sé. Di qui l’incitamento: ama il prossimo tuo come te stesso. Fino a che punto la predicazione di Gesù e della Chiesa fondata dai suoi discepoli ha realizzato questo obiettivo?

3 — Le altre religioni monoteiste, l’ebraica e l’Islam, prevedono un solo Dio, il mistero della

Trinità gli è del tutto estraneo. Il cristianesimo è dunque un monoteismo alquanto particolare. Come si spiega per una religione che ha come radice il Dio biblico, che non ha alcun Figlio Uni-genito e non può essere né nominato né tantomeno raffigurato, come del resto Allah?

4 — Il Dio incarnato ha sempre affermato che il suo regno non era e non sarebbe mai stato di questo mondo. Di qui il “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Questo “li-mite” ha avuto come logica conseguenza che il cristianesimo non avrebbe mai dovuto avere la tentazione della teocrazia, che invece domina nelle terre islamiche. Tuttavia anche il cristiane-simo soprattutto nella sua versione cattolica, ha sentito fortemente la tentazione del potere terreno, la temporalità ha spesso superato la pastoralità della Chiesa. Papa Francesco rappre-senta finalmente la prevalenza della Chiesa povera e pastorale su quella istituzionale e tempo-ralistica?

5 — Dio promise ad Abramo e al popolo eletto di Israele prosperità e felicità, ma questa pro-messa non fu mai realizzata e culminò, dopo molti secoli di persecuzioni e discriminazioni, nell’ orrore della Shoah. Il Dio di Abramo, che è anche quello dei cristiani, non ha dunque mante-nuto la sua promessa?

6 — Se una persona non ha fede né la cerca ma commette quello che per la Chiesa è un pec-cato, sarà perdonato dal Dio cristiano?

7 — Il credente crede nella verità rivelata, il non credente crede che non esista alcun “asso-luto” ma una serie di verità relative e soggettive. Questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?

8 — Il Papa ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie finirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Ma quando la nostra specie sarà scomparsa anche il pensiero sarà scomparso e nessuno penserà più Dio. Quindi, a quel punto, Dio sarà morto insieme a tutti gli uomini?

I lettori troveranno in queste pagine le risposte del Papa contenute nella sua lettera, della qua-le ancora con grande affetto e rispetto lo ringrazio. Nel nostro giornale di domani formulerò alcune riflessioni per approfondire i temi e portare avanti un dialogo che penso anch’io, come il Papa, sia utile ed anzi prezioso per i lettori, credenti in Gesù Cristo o in altre religioni o in nes-suna, ma animati dal desiderio di conoscenza e dalla buona volontà di collaborare al bene co-mune.

 

(1)  Le risposte che i due papi non hanno ancora dato

(2)  Le domande di un non credente al papa gesuita chiamato Francesco


in “L'Osservatore Romano” del 12 settembre 2013

 

Stile cristiano

di Carlo Di Cicco

 

Felici della lettera di Papa Francesco. Questa volta è indirizzata a Eugenio Scalfari. Ce ne sono state altre a interlocutori anonimi. I giornali hanno riferito telefonate personali a sorpresa del Pontefice a donne e uomini in situazioni delicate o di sofferenza che richiedevano una vicinanza di sincera amicizia. Non dovrebbe sorprendere alla luce del Vangelo che un successore di Pietro ponga gesti di amicizia quotidiana con ognuno, specialmente se in difficoltà. Forse meraviglia e suscita piacevole sorpresa scoprire nella sua azione la bellezza e la novità dell'agire evangelico.

Senza enfasi o proclami Papa Francesco mostra il lato bello e buono del vivere da cristiani che, in fondo, è l'unico modo - specialmente nelle istituzioni - per rivelare ed esprimere il Vangelo. Solo un paradosso della storia e un dormiveglia dei credenti ha circondato il messaggio di Gesù di lontananza dalla vita quotidiana, facendolo apparire ostile alla libertà di coscienza e di pen-siero.

Papa Francesco con gesti semplici ma lineari e convinti sta rivelando sempre meglio la novità di stile portata dal concilio.

La lettera a Scalfari rende felici perché esprime bene cosa significa appartenere alla Chiesa, vi-vere nell'orizzonte ampio della fede che non è oscurantista come solitamente si tende a pensa-re, non richiude nel timore e nell'ostilità verso gli altri, né intristisce, ma resta una ricerca me-ravigliosa del vero e del bello definitivi. La lettera, prima dei pensieri che contiene, è un gesto che conferma quale possa essere uno stile appropriato del vivere da cristiani nel nostro tempo, superando inutili fortini ideologici, consolidati negli anni pensando perfino di fare cosa gradita a Dio.

Papa Francesco manifesta la natura profonda del Dio cristiano e il suo essere amore che culmi-na nella promessa dell'Apocalisse: ecco, faccio nuove tutte le cose. Nessuna condizione dell'u-manità allora può apparire una condanna obbligata. Tutto è possibile migliorare, cambiare. Anche quella strana e insistente tentazione di farsi guerra, di accumulare e spendere per sé, ritenere normale che ci siano disparità incolmabili tra le persone in base al denaro. La lettera del Papa nella sua immediatezza, fa comprendere la naturalezza cristiana che egli ha mostrato nell'indire una giornata di preghiera e digiuno per la pace che tanta eco ha avuto nei cuori di credenti e non credenti, o il suo correre a Lampedusa o sedersi tra i rifugiati del Centro Astalli, ascoltandoli. Papa Francesco suggerisce una tregua al fare per avere. Dedicare, invece, un minuto per chiedersi: perché non fare diversamente per superare il male che nel mondo ruba la felicità del cuore?

 

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in “la Repubblica” del 12 settembre 2013

 

Quel passo di Francesco per far camminare insieme la Chiesa e i non credenti

di Eugenio Scalfari

 

La lettera di papa Francesco da noi pubblicata ieri ha suscitato in me, nel nostro direttore Ezio

Mauro e in tutti i colleghi una grande emozione. Penso che la stessa emozione l’abbiano avuta tutti coloro che l’hanno letta.

Non parlo di quello che nel nostro linguaggio gergale chiamiamo “scoop”. Gli scoop alimentano le chiacchiere, non il pensiero e qui, leggendo le parole del Papa, il nostro pensiero è chiamato e stimolato a riflettere di fronte alla concezione del tutto originale che papa Francesco esprime sul tema “fede e ragione”, uno dei cardini dell’architettura spirituale, religiosa e teologica della Chiesa. Ma non soltanto della Chiesa: la cultura moderna dell’Occidente nasce esattamente da quel tema e papa Francesco lo ricorda nella sua lettera quando scrive: «La fede cristiana, la cui incidenza sulla vita dell’uomo è stata espressa attraverso il simbolo della luce, spesso fu bolla-ta come il buio della superstizione. Così tra la Chiesa da una parte e la cultura moderna dall’ altra, si è giunti all’incomunicabilità. Ma è venuto ormai il tempo – e il Vaticano II ne ha aperto la stagione – d’un dialogo senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incon-tro».

Queste parole sono al tempo stesso una rottura e un’apertura; rottura con una tradizione del passato, già effettuata dal Vaticano II voluto da papa Giovanni, ma poi trascurata se non addi-rittura contrastata dai due pontefici che precedono quello attuale; e apertura ad un dialogo senza più steccati. L’intera lettera di papa Francesco ruota attorno a questa premessa, ma c’è una frase nelle parole del Papa sopra citate che merita a mio avviso una particolare attenzione: «La fede cristiana... è stata espressa attraverso il simbolo della luce».

Bisogna tornare all’“incipit” del Vangelo di Giovanni per trovare questo simbolo, laddove l’e-

vangelista scrive: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio ed era Dio il Verbo.

Le cose tutte furono fatte per mezzo di Lui e senza di lui nulla fu fatto di quanto esiste.

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini e la luce risplende tra le tenebre ma le tene-bre non l’hanno ricevuta».

Qui, in questi tre ultimi versi poetici e profetici come tutto quel quarto Vangelo, nasce la visio-ne cristiana del bene e del male: la vita era la luce degli uomini, ma le tenebre non l’hanno ricevuta. Papa Francesco sviluppa questa visione della contrapposizione tra luce e tenebre, tra bene e male, in modo originalissimo. In un punto della sua lettera scrive: «Per chi non crede in Dio la questione: [del bene e del male] sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, an-che per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare ed obbedire ad essa significa infatti decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene e male. E su questa de-cisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire ».

Un’apertura verso la cultura moderna e laica di questa ampiezza, una visione così profonda tra la coscienza e la sua autonomia, non si era mai sentita finora dalla cattedra di San Pietro. Neppure papa Giovanni era arrivato a tanto e neppure le conclusioni del Vaticano II, che ave-vano auspicato l’inizio del percorso ai pontefici che sarebbero venuti dopo e ai Sinodi che a-vrebbero convocato. Papa Francesco quel passo l’ha fatto ed io lo sento profondamente echeg-giare nella mia coscienza.

Ricordo con grande affetto che visione analoga l’ho ascoltata nei miei colloqui con il cardinale

Carlo Maria Martini, che non a caso era amico del cardinale Bergoglio. Ma Martini non era un Papa quando diceva queste cose, Bergoglio ora lo è.

C’è un altro aspetto assai importante — questo sì — politico, quando il Papa scrive della distin-zione tra la sfera religiosa e quella politica («Date a Cesare»): «Alla società civile e politica toc-ca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana. Ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia e-gemonia, ma servizio all’uomo, a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza».

La visione dell’autonomia della politica mi sembra che sfugga al Papa, ed è comprensibile che sia così. Uno come lui non può concepire la politica che nel quadro di un servizio ai cittadini. Questa opinione è perfettamente condivisibile ma non può escludere l’egemonia. In un regime di libertà e di democrazia convivono diverse visioni del bene comune, che si confrontano e si scontrano tra loro. Chi ottiene la maggioranza dei consensi e quindi l’egemonia, cerca di realiz-zare la sua visione del bene comune. Resta o dovrebbe restare un servizio, che passa però at-traverso la conquista del potere. Questo, papa Francesco lo sa, e la Chiesa cattolica infatti l’ha sperimentato facendo del potere temporale uno dei cardini della sua storia. Se vogliamo ri-andare ad uno dei più importanti esempi, ricordiamo la lotta per le investiture culminata nello scontro tra Ildebrando da Soana Gregorio VII e Enrico imperatore di Germania, colpito dalla scomunica e costretto ad inginocchiarsi vestito da mendicante ai piedi del Papa nel castello di Canossa. Raccontano le storie che quando Enrico dovette baciare il piede del Papa in segno di sottomissione, abbia detto: «Non tibi sed Petro» e Gregorio gli abbia risposto: «Et mihi et Petro».

Poi vennero le Crociate e tutta la storia della Chiesa come istituzione di potere e di guerra. Così

durò fino al 1870, ma anche dopo la temporalità cattolica è continuata sotto altre forme che

specialmente in Italia, ma non soltanto, ben conosciamo. La pastoralità, la Chiesa predicante e

missionaria, c’è sempre stata e Francesco d’Assisi ne ha rappresentato la più fulgida ma non certo la sola manifestazione. Tuttavia non ha quasi mai avuto la prevalenza sulla Chiesa istitu-zionale.

Papa Francesco ha interrotto e sta cercando di capovolgere questa situazione. La trasforma-zione in corso nella Curia e nella Segreteria di Stato sono segnali estremamente importanti. Temo però che molto difficilmente ci sarà un Francesco II e del resto non è un caso se quel nome non sia stato fin qui mai usato per il successore di Pietro.

La lettera del Papa è comunque chiarissima, risponde alle domande che mi ero permesso di porre e su certe questioni va anche molto più in là. Sicché non la commenterò più oltre, salvo due ultimi aspetti.

Il tema degli ebrei, del loro esser considerati dai cattolici come fratelli maggiori, la fine dell’ac-cusa di «deicidio» che i cristiani hanno sempre lanciato contro di loro, ed infine la comune di-scendenza dal Dio mosaico del Sinai e dei dieci comandamenti, era già stato sollevato da papa Giovanni e da papa Wojtyla, ma non con la chiarezza definitiva di papa Francesco. È un passo molto importante che segna finalmente un capovolgimento nell’atteggiamento durato quasi due millenni.

Infine c’è il racconto che il Papa fa del suo incontro con la fede. Rileggiamo quel brano.

«La fede per me è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato possibile nella comunità di fede in cui ho vissuto e grazie alla quale ho trovato l’accesso all’in-telligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, vera immagine del Si-gnore. Senza la Chiesa — mi creda — non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevo-lezza che quell’immenso dono della fede è custodito nei vasi d’argilla della nostra umanità».

Un racconto splendido, un’autobiografia affascinante. Ci si sente sotto, per quanto posso in-tuire, più Bernardo, più Agostino, più Benedetto che Tommaso e la Scolastica, che tuttavia è ancora assai presente nella dottrina tradizionale. Chi come me non solo non ha la fede ma neppure la cerca; chi come me sente il fascino della predicazione di Gesù e lo ritiene uomo e figlio dell’uomo, non può che ammirare un successore di Pietro che rivendica la Chiesa come luogo eletto affinché il sentimento di umanità custodito in vasi d’argilla non venga distrutto dai vasi di piombo che fuori e dentro la Chiesa spezzano i vasi d’argilla.

Il Papa mi fa l’onore di voler fare un tratto di percorso insieme. Ne sarei felice. Anch’io vorrei che la luce riuscisse a penetrare e a dissolvere le tenebre anche se so che quelle che chiamia-mo tenebre sono soltanto l’origine animale della nostra specie. Più volte ho scritto che noi sia-mo una scimmia pensante. Guai quando incliniamo troppo verso la bestia da cui proveniamo, ma non saremo mai angeli perché non è nostra la natura angelica, ove mai esista.

Perciò lunga vita e affettuosa fraternità con Francesco, Vescovo di Roma e capo d’una Chiesa che lotta anch’essa tra il bene e il male.

 

La notizia fa il giro del mondo e l’Osservatore romano commenta

“È il lato bello del cristianesimo”

di Paolo Rodari

 

«Parliamo della fede. Lettera a chi non crede», è il titolo che l’Osservatore Romano, quotidiano

vaticano, dedica nell’edizione con data odierna alla lettera che Papa Francesco ha scritto a Eu-genio Scalfari in risposta a due suoi editoriali pubblicati recentemente su Repubblica. La lette-ra, commenta il direttore Gian Maria Vian quando già i siti web dei principali media del mondo

l’hanno rilanciata e commentata, è «un fatto inusuale, ma che si colloca in perfetta continuità con la ricerca di un colloquio con il mondo, dialogo definito da Papa Francesco “aperto e senza

preconcetti”, insito nell’annuncio evangelico e rinnovato a partire dal Concilio Vaticano II». Scrive, invece, il vicedirettore Carlo Di Cicco che «senza enfasi e proclami Francesco mostra il lato bello e buono del vivere da cristiani che, in fondo, è l'unico modo, specialmente nelle isti-tuzioni, per rivelare ed esprimere il Vangelo».

Sulla Radio Vaticana è il presidente del Pontificio consiglio della cultura e promotore del Cortile dei Gentili, il cardinale Gianfranco Ravasi, a dire che la lettera a Scalfari può diventare «una sorta di manifesto dello stesso Cortile dei Gentili, per i contenuti ma anche per il metodo del dialogo stesso». «C’è una frase emblematica – dice Ravasi – che abbiamo continuato a testi-moniare anche attraverso gli incontri che sono stati fatti finora: “Il credente non è arrogante, ma umile”. E, soprattutto la presentazione della fede come luce e non come tenebra miste-riosa, che permette poi l’accusa di oscurantismo. Penso che, in questa luce, la lettera del Papa sia anche il più alto patrocinio all’incontro del Cortile dei Gentili che il 25 di settembre faremo nel Tempio di Adriano a Roma, con il dialogo che condurrò proprio con Eugenio Scalfari». Commenta, invece, Enrico dal Covolo, presidente della Pontificia università lateranense, che la lettera «apre spiragli autentici di cammino comune fra credenti e non credenti: è un approfon-dimento inedito del dialogo tra fede e ragione». Scrive il Guardian che la lettera del Papa va in scia a sei mesi di «stile conciliante aperture pragmatiche» verso tutti.

 

 

Non esorta al confronto ma lo pratica è questa la forza del messaggio

di Hans Küng –

Teologo

 

Il titolo della notizia potrebbe essere “un dialogo a pari dignità”. Papa Francesco esorta non soltanto al dialogo con i non credenti, bensì lo traduce in pratica. In modo modesto e umile, senza esercitare alcun pressing, agendo con piena comprensione per le ragioni degli altri. Come la sua idea di “confraterna vigilanza”.

Molti punti di vista teologici mi sembrano importanti.

Primo: il Papa rappresenta il concetto dell’incarnazione della persona storica di Gesù. E della sua autorità estesa alla Chiesa, che lascia questioni aperte. Secondo: la natura di Gesù come figlio di Dio non deve escludere altri ma invece deve aprire a tutti gli esseri umani la vocazione a sentirsi “figli di Dio”. Terzo: nessuno dispone della Verità assoluta. La Verità della Fede, co-me ha manifestato in Cristo l’amore di Dio, è essenzialmente una relazione. Quarto: la Verità della Fede, che è simbolo di Luce, fu sempre, più volte, strumentalizzata da cupi superstiziosi contro la Luce della ragione. Ergo, mi sento confermato nella mia Via e Scelta, avendo sempre preso sul serio le ragioni dei non credenti.

 

 

Una risposta che indica a tutti la via d’uscita dai fondamentalismi

di Umberto Veronesi - Scienziato e oncologo

 

Da non credente e appassionato di storia delle religioni la lettera del Papa mi ha colpito: non mi aspettavo un testo così dettagliato, accurato e che si offre al dibattito pubblico, attraverso

Repubblica. Al centro di questo dibattito c’è Gesù , una figura critica nel confronto fra laici e

credenti per la necessità di scindere il Gesù storico dal Gesù cherigmatico. Noi laici siamo am-mirati dall’insegnamento umano di Gesù, e gli siamo vicini perché crea un terreno favorevole a un’etica condivisibile, basata sull’amore, la solidarietà e la pace.

Non possiamo tuttavia accettare la sua dimensione divina, che per la fede è quella che conta di più. Anche di fronte ad un nodo così complesso, Bergoglio non si è arroccato nella rigidità fidei-stica. E questa è la seconda ragione del mio stupore. Non mi aspettavo una ricerca del dialogo così diretta e aperta. Il dialogo è la via di uscita dai fondamentalismi religiosi che sono all’ori-gine di molta conflittualità mondiale. La risposta del papa mi ha dato anche una concreta spe-ranza di un’evoluzione verso la tolleranza e l’illuminata coesistenza.

 

 

Ha dimostrato che noi cristiani sappiamo essere “esperti in umanità”

di Enzo Bianchi - Priore di Bose

 

Un dato raro e prezioso caratterizza la risposta di papa Francesco alle questioni sollevate da

Scalfari: il papa non si è limitato ad affermare che il dialogo è “espressione intima e indispen-sabile” nell’esistenza del credente, ma lo ha intavolato concretamente, avviandosi a percorrere “un tratto di cammino insieme”. C’è stata cioè risposta nel merito, frutto di un ascolto attento dell’interlocutore.

Solidamente radicato nel messaggio evangelico e tenendo il concilio Vaticano II come bussola, papa Francesco non ha esitato a ritrovare nella più autentica tradizione della chiesa il rimando alla voce della coscienza, insita in ogni essere umano, la testimonianza dell’attesa cristiana, l’essenzialità della predicazione di Gesù di Nazareth che svela a tutti la comune figliolanza ri-spetto al Padre. La stima e la frequentazione con Scalfari mi aveva spinto a inviargli una let-tera in cui lo rendevo partecipe delle mie riflessioni: oggi non posso che rallegrarmi per il fatto che la voce del papa abbia manifestato come i cristiani sappiano essere “esperti in umanità”.

 

 

Nelle riflessioni su Amore e Verità rivedo le idee del cardinal Martini

di Massimo Cacciari - Filosofo e politico

 

Le riflessioni di papa Francesco mi sembrano riprendere le idee che il cardinale Martini aveva

cercato di proporre alla Chiesa tutta, in particolare con «la Cattedra dei non credenti», idee nel cui solco già si muove il «Cortile dei Gentili» diretto dal cardinale Ravasi. La grande novità sta nel fatto che questa «linea» di pensiero e di azione è oggi fatta propria dallo stesso pontefice! Non è possibile qui specificare la complessità di questa «linea». Ma il problema non è riducibile a una dimensione metodologica. Affermare che Dio è Amore; di più: che Dio è Relazione — for-mule in sé ortodosse — e affermare, più ancora, che la Verità cristiana essendo propria del Dio-Relazione non può essere intesa assolutisticamente, o anche — citazione di sant’Anselmo — che Dio non è dimostrabile col pensiero essendo più grande dello stesso pensiero — tutto ciò solleva questioni di capitale importanza teologica e di capitale importanza per la stessa forma politica della Chiesa anche come figura storica.

 

 

La grande lezione dell’umiltà che fa incontrare laici e fedeli

di Bruno Forte - Arcivescovo di Chieti e teologo

 

Il credente è in un certo senso un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. Se non fosse così, la fede non sarebbe un rapporto di amore, e perciò di lotta, che si rinnova ogni giorno nella preghiera, nel servizio a Dio e agli altri. Ricordo quando dissi parole come queste durante gli esercizi che predicavo a Giovanni Paolo II e lo vedo ancora accennare più volte di sì con la testa. La lettera di Papa Francesco a Eugenio Scalfari dà voce a questa convinzione: «Poiché la verità è in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa». È questo il messaggio più bello che leggo nel gesto del Papa di rispondere alle domande di Scalfari: l’amore alla persona umana, alla sua ricerca della verità, alla dignità dei suoi dubbi, all’onestà del suo cuore.

L’intelligenza del grande giornalista e la fede pensante di Francesco s’incontrano sull’unica so-glia dove ci si ascolta veramente l’un l’altro: l’umiltà. È lì che si percepisce come la verità trascenda tutti, avvolga e — per chi crede nel Dio di Gesù — ami ciascuno …

 

 

Una svolta le parole per gli ebrei questo pontificato non smette di stupire

di Riccardo Di Segni - Rabbino capo di Roma

 

Questo pontificato non smette di sorprendere, ma le idee che Francesco esprime non sono cer-

tamente eterodosse. Sono presenti nella tradizione cristiana o si sono affermate più recente-mente sulla scia del Concilio come dialogo e tolleranza, ma è la forza con cui le esprime e la capacità di trovare ascolto e risonanza che stupisce. Il fatto che l’ebraismo sia radice santa del cristianesimo è fondamentale, ma molte correnti teologiche soprattutto protestanti hanno cercato di sminuirlo.

Opponendosi a queste correnti, Francesco è coerente col magistero di Benedetto. Decisamente

notevole è l’espressione di gratitudine agli ebrei per la loro perseveranza nella fede.

Paradossalmente, dopo secoli di predicazione cristiana contro la «superstizione giudaica» e la vanità dell’attesa messianica, oggi la fedeltà ebraica diventa un modello per i cristiani e per l’ umanità, e questa è una svolta non improvvisa ma molto significativa di cui anche gli ebrei dovranno prendere coscienza.

 

 

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in “Corriere della Sera” del 12 settembre 2013

 

Il Papa e la misericordia di Dio verso quelli che non credono

di Luigi Accattoli

 

Un Papa che dialoga con qualcuno che «non è credente» e «non cerca Dio» finora non si era visto, ma ieri La Repubblica ha pubblicato la lunga risposta di papa Francesco alle domande che Eugenio Scalfari gli aveva posto in due editoriali del 7 luglio e del 7 agosto. Erano otto do-mande sulla fede con al centro una — più insidiosa — sulla responsabilità morale del non cre-dente agli occhi del credente, alla quale il Papa risponde che decisivo è «l'obbedire alla propria coscienza».

Una risposta ormai classica, da Newman a Ratzinger, ma anche una risposta nuova nella sua

articolazione, perché la domanda non chiedeva semplicemente che ne fosse del non credente, ma poneva la domanda sul «peccato» di chi non crede e il Papa argentino ha introdotto — nel-la risposta — l'elemento della «misericordia», tipico della sua predicazione e che, in questo contesto, costituisce una novità.

Domanda: se il non credente «commette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?» Risposta: «Premesso che — ed è la cosa fondamentale — la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non cre-de in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male».

Altra domanda cruciale di Scalfari sul non credente che rifiuta di accettare verità «assolute» e

riconosce solo «verità relative»: qui si direbbe che il Papa segni un punto, perché nell'opposi-zione scalfariana di assoluto e relativo introduce una terza via che è quella «relazionale» e opta per essa: «Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità assoluta, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant'è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita».

Le altre domande riguardavano il monoteismo trinitario, il comandamento dell'amore, la Shoah, il destino dell'idea stessa di Dio quando «la nostra specie finirà». Il Papa nega che fi-nendo «questo mondo» l'uomo «termini di esistere» e dunque sempre «in un modo che non sappiamo» si rapporterà a Dio, che è «realtà con la R maiuscola e non un'idea del pensiero u-mano». Sulla Shoah afferma che essa non smentisce le «promesse» di Dio ad Abramo: e qui Francesco si appella all'affermazione dell'apostolo Paolo che Dio «non viene meno alla sua al-leanza con Israele» e ne indica una riprova nel fatto che in tanti secoli di «terribili prove» gli ebrei hanno conservato la loro fede.

Francesco dunque non dialoga solo con i tribolati che gli scrivono nelle prove della vita ma an-che con gli intellettuali non credenti. Da Roncalli a oggi i Papi avevano dialogato con tanti in-terlocutori — da Montanelli a Guitton, a Frossard, a Gawronski, a Seewald — ma si trattava di cattolici, o lo scambio era sulla politica ecclesiastica: questo è il primo confronto sulla fede con uno che «non cerca Dio». È un nuovo passo di quella che Francesco chiama «uscita» verso il mondo.

 

 

Il filosofo Veca: ma il confronto può essere utile solo se autentico

intervista a Salvatore Veca a cura di Antonio Carioti

 

Giunto alla soglia dei settant'anni (li compirà in ottobre) e fermo nelle sue convinzioni laiche, il

filosofo Salvatore Veca guarda con favore al dialogo tra credenti e non credenti, che papa Francesco ha rilanciato con la lettera a Eugenio Scalfari. Ma ritiene che possa dare frutti solo a precise condizioni: «Bisogna che si tratti di un confronto autentico. È il requisito che carat-terizzava le iniziative di Carlo Maria Martini e che colgo anche nelle parole di Jorge Mario Ber-goglio. Tanto più si possono generare esiti interessanti e innovativi, quanto più ciascuno degli interlocutori si esprime con un senso di veridicità, con franchezza, senza celare nulla delle sue credenze per ragioni diplomatiche. Come diceva Confucio, siate leali verso voi stessi e quindi attenti agli altri».

Francesco sostiene che la verità cristiana non è assoluta, in quanto si esprime in re-lazione con Dio, ma non è neppure variabile e soggettiva. Che ne pensa?

«Il Pontefice espone un'idea della verità fondata su una relazione che consiste nell'affidarsi a Dio attraverso l'incontro con Gesù Cristo. Quando scrive che non è una verità assoluta, vuol dire che non può essere slegata o incondizionata, in quanto presuppone un forte rapporto con l'Altro. Non è certo una verità mutevole, ma è impossibile isolarla, immunizzarla da contatti e-sterni, scolpirla nella roccia, perché vive solo nella relazione ed è quindi per sua natura aperta».

Anche a chi professa credenze non religiose?

«Sì, perché a partire dal rapporto con l'Altro si sviluppa la relazione con gli altri, che del resto sono creature fatte a immagine e somiglianza di Dio».

Ma se la soluzione è affidarsi alla divinità, la verità assoluta, uscita dalla porta, non rientra dalla finestra?

«È inevitabile in una dimensione religiosa. Tutto ciò che per noi ha significato dipende dal fatto che ci connettiamo a soggetti esterni. Nel caso della fede, però, non è che Dio tragga significa-to dal rapporto con noi. Egli semmai è il significato supremo. Nella prospettiva religiosa il riferi-mento alla relazione trova sempre questo punto d'arresto».

Quindi il dissenso con i laici non può venir meno?

«Rimane la differenza. Ma se tutti la pensassero allo stesso modo, non avrebbe senso dialoga-re. Il Papa non intende nascondere le dissonanze, che però sono utili, aiutano a riflettere su noi stessi in rapporto agli altri».

Come valuta il brano in cui Bergoglio scrive che anche chi non ha fede in Dio può evi-tare il peccato, ascoltando la propria coscienza?

«Mi sembra in linea con l'eredità del Concilio Vaticano II, spesso disattesa o dissipata negli an-ni passati. Comunque è un'affermazione forte. Fëdor Dostoevskij diceva che, se Dio non esiste, tutto è permesso. Invece Francesco ammette l'esistenza di un'etica laica: una condotta basata sul giudizio riguardante il bene e il male, ma indipendente da ogni credenza religiosa».

Francesco riafferma la convinzione che l'uomo continuerà a esistere anche dopo l'e-stinzione della vita sulla terra. Come risponde lei, da laico?

«Capisco che si possa provare una certezza del genere, sulla base dell'idea che in noi ci sia una

componente sovrannaturale. Ma ciò è dissonante rispetto al mio modo di pensare: io trovo

ragionevole ritenere che nell'universo non resterà nulla dell'uomo. Tuttavia m'interessa discu-tere la concezione di Bergoglio e vedere che cosa mi suggerisce. Può darsi che, anche senza modificare le mie convinzioni, mi apra una prospettiva nuova».

 

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in “l'Unità” del 12 settembre 2013

 

Francesco: Dio accoglie chi non crede

di Roberto Monteforte

 

«Lungo i secoli della modernità la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d`impronta illuminista, dall’ altra, si è giunti all’incomunicabilità». Parte da questa considerazione, che definisce «un para-dosso», la lettera con cui Papa Francesco ha risposto alle sollecitazioni del fondatore di Repubblica, il «non credente» Eugenio Scalfari spiegando quanto sia «espressione intima e in-dispensabile» per un credente la stagione di «dialogo aperto e senza preconcetti per un serio e fecondo incontro» avviato con il Concilio Vaticano II. È questa la Chiesa di Bergoglio: accoglie più che giudicare e condannare.

Soprattutto i «lontani», chi non crede. Abbandona i formalismi per andare verso l’uomo e af-

frontarne le inquietudini a partire dal senso del peccato. «La misericordia di Dio - spiega - non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza». «Il peccato, anche per chi non ha la fede - aggiunge – c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bon-tà o la malvagità del nostro agire». Alle sollecitazioni di Scalfari su «verità assoluta» e «rela-tive» risponde uscendo da ogni dogmatismo paralizzante. «Per cominciare io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione».

«Ora, la verità, secondo la fede cristiana – osserva - è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo.

Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa –

puntualizza - che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi

sempre e solo come un cammino e una vita» ed «essendo tutt’uno con l’amore, richiede l’u-miltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa». Invita ad «intendersi bene sui termini» e «per uscire dalle strettoie di una contrapposizione... assoluta, reimpostare in pro-fondità la questione».

 

 

Il cristianesimo non è una ideologia

di Padre Antonio Spadaro

 

Quest’estate ero a Buenos Aires per una conferenza alla Società argentina di teologia. A pranzo si parlava di Papa Francesco, e io facevo cenno allo stupore che le sue parole e i suoi gesti su-scitano in molti dalle nostre parti. La risposta di alcuni dei miei interlocutori è stata che loro si stupivano del nostro stupore. Perché Bergoglio è sempre stato così: aperto a un dialogo senza porte e finestre. Il vescovo di Roma che telefona o che scrive lettere è lo stesso vescovo di Buenos Aires che in quella sede faceva le stesse cose. Ma adesso le fa da Papa, appunto.

Il significato della lunga lettera a Eugenio Scalfari, dunque, è da trovare nella visione che Papa

Francesco ha sempre avuto del rapporto umano. Non c’è testimonianza né comunicazione della fede, del resto, se non c’è prima e alla base un rapporto umano.

Lo abbiamo visto in Brasile: la prossimità, fatta di abbracci e parole, non è per lui una questio-ne di puro stile esteriore, ma parte integrante e imprescindibile del suo ministero e del mes-saggio che intende comunicare: il Vangelo. Quello di Papa Francesco è un agire comunicativo per cui non c’è distanza tra la sua persona e ciò che fa o dice. Sa insomma di essere un uomo e non una «icona». Le sue dunque sono lettere, non oracoli. E quella a Scalfari è una lettera che attinge a piene mani all’esperienza personale di fede del Papa.

la sfida per i cristiani

Scalfari si era professato un non credente affascinato da Gesù di Nazareth, che comunque cre-de che Dio sia una «invenzione consolatoria degli uomini». Si era rivolto al Papa senza imma-ginarsi una risposta, credo, ma aprendo una interlocuzione su temi importanti. Francesco è naturalmente attratto da interlocuzioni serie con persone che si professano non credenti o an-che credenti di altre religioni.

Non dimentichiamo che alla fine del suo primo incontro con gli operatori dei media il Papa ave-va impartito la sua benedizione in silenzio. Dunque l’ha impartita, ma silenziosamente, perché – aveva detto - «molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti». Si è trattato allora di un gesto singolare, compiuto «rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio». La potenza di questa benedizione silenziosa ha at-traversato persino le barriere dei cuori, giungendo a toccare chiunque proprio grazie alla crea-zione di un «evento comunicativo» che non ha lasciato fuori nessuno.

Nel suo splendido dialogo col rabbino Skorka aveva detto: «Perfino con un agnostico, perfino dal suo dubbio, possiamo guardare insieme verso l’alto e cercare la trascendenza». Sono paro-le forti. Sempre in quella conversazione forse troviamo la chiave di lettura della missiva a Scal-fari: «Quando mi ritrovo con degli atei, condivido problematiche umane, ma non propongo su-bito il problema di Dio, a meno che non siano loro a chiedermelo. Se accade, spiego perché io credo». Scalfari glielo ha chiesto. E il Papa ha risposto.

Insomma il Papa dialoga perché vuole condividere un pezzo di strada e sa che il Vangelo si te-

stimonia incarnandolo in un atteggiamento «non arrogante», lontano dall’irrigidimento. La verità non irrigidisce, ma rende liberi. E richiede che anche l’altro interlocutore non sia rigido e sia invece libero.

La verità non mette sulla difensiva, ma rende possibile la testimonianza e il dialogo. Insomma: qui c’è il senso e lo stile della missione secondo Bergoglio e la sua positiva sfida alla Chiesa che è chiamata ad essere radicalmente callejra, di strada, di frontiera, di missione.

Qui io personalmente ritrovo anche il Bergoglio formatosi a una spiritualità umanistica, come quella gesuitica, che sa costruire ponti, che gode dei terreni comuni e si nutre di autenticità di relazione naturalmente intensa anche con l’ateo: «Non gli direi mai che la sua vita è condanna-ta, perché sono convinto di non avere il diritto di giudicare l’onestà di quella persona. E ancor meno se mostra di avere virtù umane, quelle che rendono grande una persona e fanno del be-ne anche a me». Lo aveva detto al rabbino Skorka e lo ha ripetuto a chiare lettere: «La que-stione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza».

Non è affatto debolezza o captatio benevolentiae. Le motivazioni di questo atteggiamento sono

profonde. Il discernimento spirituale ha insegnato a Bergoglio che «l’esperienza spirituale dell’

incontro con Dio non è controllabile» (parole sue). Anche l’ateo, dal punto di vista di un cre-

dente, ha una vita spirituale, come qualunque essere umano. Nessuno è escluso dalla grazia,

anche se non riesce a riconoscerlo. E qui troviamo un’altra grande sfida del pontificato di Papa

Francesco: la trasmissione della fede in un mondo complesso, considerando quello che Ignazio di Loyola chiamava un presupponendum aperto e positivo circa gli atteggiamenti, le parole, la sincera ricerca degli altri.

Posto ciò, Papa Francesco ha parlato di Cristo col quale bisogna confrontarsi «nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda». Se c’è una cosa che Bergoglio non tollera è l’ideologia. Una fe-de che ha al cuore altro (precetti, certezze, qualunque altra cosa) rispetto alla potenza che scaturisce dalla persona di Gesù rasenta l’ideologia. Questo è un punto prezioso della lettera del Papa a Scalfari: la verità del Vangelo non è mai «assoluta», dice il Papa, perché non è mai slegata (ab-soluta, in latino) dalla relazione. Ciascuno coglie la verità del Vangelo e la esprime a partire dalla propria storia, dalla propria cultura, dalla propria situazione esistenziale.

E ancora il Papa ha ribadito: Dio «non è un’idea». L’originalità della fede cristiana sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare al rapporto che Gesù ha con Dio. Un rapporto che include tutti gli uomini, compresi i nemici. Gesù include non esclude. Da qui discendono due elementi

fondamentali, apparentemente lontani tra loro. Il primo è l’importanza della Chiesa: senza di essa per Bergoglio non sarebbe stato possibile l’incontro personale con Cristo. Senza la comu-nità la fede resta come appesa: senza sacramenti, senza fraternità, senza intelligenza delle Scritture. Il secondo elemento è l’importanza che riveste per Bergoglio la laicità dello Stato, perché – come ha detto in Brasile - «senza assumere come propria nessuna posizione confes-sionale, rispetta e valorizza la presenza della dimensione religiosa nella società, favorendone le espressioni più concrete». Tutte.

Questa lettera di Papa Francesco è dunque una tappa all’interno di un dialogo aperto con chi è ateo o agnostico. E tuttavia è anche una lettera che sfida il credente, lo pungola a vivere una vita che lo apre al mondo e alle sue contraddizioni, sapendo che Cristo è l’unico principio e fondamento della sua fede.

 

 

Se la verità diventa avventura

di Carlo Sini

 

La risposta di Papa Francesco alle domande di Scalfari conferma una volta di più l’ammirevole e per certi versi stupefacente disponibilità dell’attuale Pontefice ad aprirsi a un dialogo e a una

presenza reale ovunque e con chiunque lo interpelli con sincerità e nobiltà di intenti. Nella ri-sposta molte cose importanti meriterebbero ovviamente attenzione adeguata. Per esempio il senso, a mio avviso, profondamente pastorale che emana da tutto il testo: non è questione prima per la Chiesa la dottrina, la «filosofia», ma l’annuncio e la testimonianza, la pratica con-creta dell’amore. Anche il cardinale Martini, nei suoi interventi alla cattedra dei non credenti, pur non sottraendosi alle argomentazioni più sottili, privilegiava, se ben ricordo, la parola sem-plice e piana, che tocchi il cuore, la speranza e il destino esistenziale di chi ascolta.

C’è però più di un passaggio che suscita attenzione in chi, muovendo, diceva Scalfari, dalla

modernità illuminista, ha detto addio a una supposta verità assoluta; con il sottinteso che la Chiesa sia invece tuttora favorevole ad attribuirsela. In proposito la risposta di Papa Francesco è non poco spiazzante: non è il caso di parlare di verità assoluta nemmeno per il credente. Ma qui bisogna intendere. Ciò che Papa Francesco rifiuta è che il non essere assoluto della verità equivalga all’esistenza di «una serie di verità relative e soggettive», come Scalfari sembra ri-tenere e con lui certamente moltissimi. Ora, che una verità sia «relativa» e «soggettiva» equi-vale a un’opinione priva di senso, che dice «verità» e che evidentemente non pensa ciò che dice; così pure non ha senso pensare verità in tono minore o «debole».

Papa Francesco dice invece chiaramente che cosa si deve pensare dell’assoluto: assoluto signi-fica «sciolto» (ab-solutus), cioè privo di relazioni; ma nessuna esperienza o figura della verità è priva di relazioni, quella del credente come quella del non credente. Si tratta dunque di mu-tare sguardo relativamente a ciò che intendiamo nel riferirci alla verità. Uno sguardo inadegua-to è quello che ritiene che la verità coincida con il contenuto di una credenza o con la forma lo-gica di un giudizio (il famoso principio di non contraddizione, che suggestiona ancora qualche filosofema superstizioso).

Papa Francesco invita a considerare invece la verità un cammino e una relazione di vita. In ter-mini più filosofici direi che la verità è un evento, qualcosa a cui si appartiene, dice il Papa, e non che ci appartiene. In un’intervista recente mi capitò di dire che la verità è un’avventura (chissà perché qualcuno vi ravvisò un pericolo di … nazismo): per avventura siamo nati e de-stinati a un certo mondo, che non abbiamo scelto. Dice Francesco: senza la Chiesa non avrei incontrato Gesù.

Scalfari potrebbe dire: senza la tradizione della cultura illuminista non sarei quel non credente che sono. Tutto questo non è certo secondario o accidentale, perché senza relazioni (alla Chie-sa, all’illuminismo, all’ebraismo ecc.), nessuna verità si fa presente e si manifesta.

Il punto è come possa stare ognuno di noi nel suo destino e nella sua occasione di verità.

il cammino e l’errore

E qui non so sin dove il mio dire cammini insieme al dire generoso di Francesco. Quello che penso dei contenuti che ognuno di fatto riferisce alla verità è che essi sono certamente inade-guati, nella loro parzialità storica, psicologica, antropologica ecc. Vi è qui come la certezza dell’essere in errore e dell’errare: senza questa consapevolezza, pregiudizio e superstizione la fanno da padroni (una Chiesa così disegnata sarebbe oscurantista, il che, osserva il Papa, è scandaloso pensarlo di una istituzione che ha per legge l’amore e per fine la liberazione di tutti gli esseri umani).

Ma il fatto che i contenuti siano in errore rispetto al loro stesso evento, alla totalità che mai

potranno circoscrivere, non significa affatto che essi siano trascurabili o secondari: è solo at-traverso di essi, infatti, che ognuno fa di continuo esperienza della verità, del camminare della verità in relazione con noi, modificandoci e destinandoci all’avventura sempre aperta della vita, a un compito di incarnazione transitoria del destino che ci è assegnato.

Imparare a considerare la verità non solo dalla parte superstiziosa del significato, ma dalla par-te dell’evento, in quanto evento del significato e di ogni significato, dell’occasione e della no-stra occasione, è forse l’apertura a una comprensione umana che sia più vera e più profonda della mera opposizione tra credenti e non credenti.

 

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in “il Fatto Quotidiano” del 12 settembre 2013

 

La “fede laica” di papa Francesco

di Marco Politi

 

Lo Spirito soffia dove vuole e la Sorte apre la sua cornucopia a suo piacimento. Per anni Eu-genio Scalfari ha inseguito l’obiettivo di un’intervista con Giovanni Paolo II (negatagli dall’en-tourage di Wojtyla, che non voleva concedere questa soddisfazione a un papa laico) ed ecco che d’improvviso Francesco risponde a due suoi articoli estivi, in cui il fondatore di Repubblica esponeva gli interrogativi di un non-credente su un vasto arco di temi: dall’insostenibilità nel pensiero moderno di verità assolute al problema della Trinità e dell’incarnazione di Cristo ne-gati dal rigido monoteismo ebraico e islamico fino ad arrivare alla questione del potere tempo-rale della Chiesa così contrastante con il messaggio d’amore di Gesù.

Compresa la madre di tutte le domande: “Se una persona non ha fede né la cerca ma com-mette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonata dal Dio cristiano?”.

“La Chiesa è madre”, titola oggi l’Osservatore Romano e Francesco replica al “Pregiatissimo Dottor Scalfari” guardandosi bene dal dipingere un Dio cristiano, che da burocrate rigira in mano una pratica del non-credente e poi decide in onnipotenza se dare il timbro dell’asso-luzione. Francesco va oltre, non parla nemmeno di un “perdono”, che cade dall’alto. Racconta il Dio di Gesù la cui “misericordia non ha limiti” e insiste su un principio, ribadito dal Concilio e profondamente radicato nella morale laica: “Il peccato, anche per chi non ha fede, c’è quando si va contro la propria coscienza”. Perché sul decidersi come agire di fronte al bene o al male, “si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire”.

La lunga “Lettera a un non-credente”, come sarà chiamata da domani, è anzitutto il segno

dell’enorme libertà interiore cui Francesco non vuole rinunciare. Già gli costa non potere girare

senza vincoli per Roma, ma non intende assolutamente privarsi della comunicazione diretta con i suoi contemporanei. Si tratti di una donna abusata in America latina o di un uomo di cul-tura, che lo sfida con domande difficili.

La “Chiesa è madre”, ha detto ieri ai pellegrini all’udienza generale. Una madre che perdona,

comprende, e “accompagna sempre” uomini e donne che a Cristo di rivolgono. È questo ac-

compagnare che interessa Francesco, senza distinzioni di etichette. Di più, il papa che rifiuta il

titolo di pontefice ha un solo grande interesse da quando è stato eletto: avvicinarsi agli uomini e alle donne del suo tempo, specie quelli – come notava con allarme giorni fa il cardinale Scola – che sentono la Chiesa astratta e lontana.

E così, mentre risponde con affettuosa cortesia all’“Egregio Dott. Scalfari”, scavalca i termini stessi di una disputa all’antica tra l’Illuminista e il Gesuita, tra il Razionalista e il Tomista o il seguace di sant’Agostino (qual era Benedetto XVI). In otto punti Scalfari riassume ieri su Re-pubblica le sue domande.

Quasi fosse ancora all’interno di un dibattito su Fede e Ragione, di quelli che appassionavano

cerebralmente Joseph Ratzinger. Ma a Francesco il duello teologico, al fondo, non interessa affatto. Gli sta a cuore rompere il muro dell’incomunicabilità, partendo dal “confrontarsi con Gesù nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda”. Gli sta a cuore un dialogo senza pre-concetti indirizzato a un “serio e fecondo incontro” con i non-credenti (e, si può dire, con tutti i variamente credenti), non arenandosi nel gioco degli schemi concettuali, che portavano Rat-zinger alla fine a teorizzare una Chiesa che decide e spiega cosa è la ragione, cosa è la natura, persino come deve essere la laicità dello Stato.

Francesco, lo si evince dalla sua lettera, vuole altro. Annuncia un Cristo venuto a dare a chi lo

ascolta “libertà e pienezza di vita”. Parla di una fede, che esclude la “ricerca di qualsivoglia

egemonia” e si pone al servizio di tutti gli uomini. (E intanto, la notizia è di ieri, spiega ai reli-giosi che i conventi vuoti è meglio dedicarli all’assistenza invece di trasformarli in alberghi! Maggio scorso, rivolto alla Caritas internazionale, aveva detto che bisognerebbe “persino ven-dere le chiese per dare da mangiare ai poveri”. Scontrandosi con il muro del silenzio della ge-rarchia ecclesiastica).

Francesco parla di una fede che non rende arroganti, ma umili. Che “non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro”, Che non è separazione, ma dialogo. Una fede in cui è valorizzata l’obbedienza alla propria coscienza.

È persino fuorviante, spiega papa Bergoglio, parlare di verità “assolute”. Perché evoca l’idea di

verità slegate da ogni relazione. No, insiste il papa, la “verità è l’amore di Dio per noi … la ve-rità è una relazione”. E ognuno la esprime a partire dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive. Niente di “soggettivo” in tutto questo – rimarca Francesco – ma la consapevolezza che la verità non è un trofeo da brandire ma “si dà a noi sempre come un cammino e una vi-ta”. In definitiva, la verità è tutt’uno con l’amore. In questa prospettiva Francesco vuole “fare un tratto di strada insieme” con i non-credenti. Ammettendo apertamente che la Chiesa nei suoi esponenti “può aver commesso infedeltà, errori e peccati e può ancora commetterne”.

Una domanda cruciale, tuttavia, rimane inevasa in questo dialogo. Scalfari, avendo confessato che gli piacciono moltissimo papa Francesco, il Poverello di Assisi e Gesù di Nazareth, ricordava la Chiesa cattolica è diventata quello che è, perché si è data una struttura di potere.

Che ne sarà? Qui Bergoglio non può rispondere. Perché l’interrogativo riguarda la sua stessa

leadership e il successo o l’insuccesso della sua perestrojka.


 

 

 
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